allenarsi in Kenya

Per una volta torno alla mia antica passione: l’atletica. Lo faccio ospitando tre atleti del giro della nazionale e il loro coach, reduci da un periodo di intenso allenamento a Iten, cittadina kenyota che è la “capitale mondiale della corsa di resistenza”.

Perchè questa divagazione?

Per continuare a smontare, partendo da un caso molto specifico, lo stereotipo di un continente “oggetto” da aiutare. Come ovunque, in Africa si può creare valore per sè e per gli altri. Come da chiunque, dagli africani si può imparare.

Per farla breve, l’atletica può essere il punto di partenza per decolonizzare lo sguardo e riuscire a scorgere, anche fuori dallo sport, le eccellenze che emergono dal continente più giovane del mondo.

Prima di iniziare con le domande ecco i palmares dei tre ospiti e del loro coach:

  • Margherita Magnani: trent’anni, specialista dei 1.500 e 3.000 metri, ha vestito 14 volte la maglia azzurra. Ha preso parte alle Olimpiadi di Rio 2016 dopo 5 Campionati del Mondo. È stata 3 volte campionessa italiana dei 1.500 metri.
  • Yassin Bouih: ventun’anni, reggiano di origine marocchina. È il campione italiano in carica dei 1.500 metri e dei 3.000 indoor.
  • Ahmed Abdelwahed: specialista dei 3.000 spiedi, nato ventun’anni fa a Camerino in una famiglia di origine egiziana. Ha vinto cinque titoli italiani nelle categorie giovanili. Argento europeo Under23 nel 2017.
  • Vittorio Di Saverio: allenatore del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle (di cui fanno parte Margherita e Yassin).

Ci racconti come è nata la tua passione per la corsa?

M: Per merito del mio professore di educazione fisica di Cesena, la mia città. Avevo già diciassette anni, ma l’amore è stato immediato e in pochi anni, con costanza e impegno, sono arrivati i primi risultati.

Y: A dodici anni, quando il mio primo allenatore Paolo Gilioli venne a farci un corso a scuola. All’inizio non mi piaceva ma poi ho deciso di provarci. Finora è stata una delle migliori scelte della mia vita!

A: Mi sono appassionato da bambino, facendo le gare di scuola nella mia città. Oggi corro con il CUS Camerino.

V: A tredici anni. La mia carriera si è poi svolta sempre con le Fiamme Gialle. Ho vestito alcune maglie azzurre ma senza arrivare ai vertici. Penso che questo sia oggi un mio punto di forza come allenatore: sono in grado di valutare tutte le problematiche dei ragazzi/e senza fare troppi paragoni con il mio passato.

Ahmed in gara sui 3.000 siepi

Allenarsi in Kenya: era la prima volta?

M: Avevo già avuto la possibilità con il raduno della nazionale lo scorso anno. Un’esperienza molto positiva così ho deciso di tornarci autonomamente.

Y: Prima volta ma sapevo che avrei provato questa esperienza. Credo sia un tassello fondamentale da affrontare per ogni mezzofondista visto che questo posto è davvero la “Home of Champions”.

A: Si, e credo che sia stato uno dei migliori investimenti per i risultati che mi potrà dare nello sport ma anche negli studi universitari.

V: Non ero mai stato in Kenya. La ritengo in assoluto l’esperienza più formativa mai effettuata dai miei atleti, sia dal punto di vista tecnico che da quello mentale.

allenarsi in Kenya

L’arco all’ingresso di Iten

L’aspetto più bello e quello più faticoso di Iten?

M: L’altitudine (2.400 metri, con conseguente mancanza di ossigeno) e i percorsi molto impegnativi rendono l’allenamento molto impegnativo. Ma sei in un luogo dove tutti corrono. Diciamo che nove persone su dieci che incontri sono legate all’atletica. È davvero entusiasmante vedere duecento persone che si allenano insieme alle prime luci dell’alba!

Y: Le settimane a Iten mi hanno lasciato tanti ricordi: il cibo, gli odori, la terra rossa. Ma soprattutto i continui saluti dei bambini: “muzungu, how are you?” Alcuni sono quasi spaventati dal vederti, altri sono curiosi e ti sorridono così tanto che dimentichi la fatica boia che stai facendo in quel momento. La cosa più difficile sono l’altitudine e le salite. Ma con il passare dei giorni diventa un po’ più facile!

A: Credo che l’aspetto più piacevole di allenarsi a Iten sia la serenità che ti trasmettono i suoi abitanti. Si tratta di un ambiente unico al mondo: trovare corridori ovunque è una meraviglia! Puoi uscire a correre su sterrati che ti portano nel nulla, in scenari fantastici. La fatica resta, ma diventa meno pesante. E pensare che gli sforzi fatti in allenamento ti torneranno utili in gara mi fa ben sperare per quest’anno.

V: Allenarsi in Kenya significa essere a contatto con atleti di assoluto livello internazionale, in grado di trasmettere i valori dello sport attraverso l’esempio quotidiano. Fatica? Certamente, in primo luogo per la mancanza di ossigeno e per i percorsi, molto ondulati e con fondo sconnesso.

La lezione più grande che hai imparato dagli atleti africani?

M: Che diventare un campione non è questione di impianti sportivi o di allenamenti scientifici. In Kenya mancano di gran parte delle “facilities” occidentali (es. palestre, fisioterapia, nutrizione, ecc). Ciò nonostante sono molto più forti di noi. Non è tanto questione di genetica favorevole: la differenza vera la fa la motivazione, la propensione alla fatica e una vita trascorsa sempre in alta quota.

Y: Qualsiasi atleta kenyota con cui ho parlato ritiene fattibili cose che per noi europei sembrano fuori dal normale. Sembra una banalità ma la motivazione che hanno è il loro maggior punto di forza. Se riuscirò ad averne anche solo una piccola parte sono sicuro di poter andare lontano.

A: L’umiltà: nonostante abbia conosciuto alcuni tra i migliori professionisti al mondo, nessuno di loro si è mostrato superbo facendomi pesare i risultati sportivi raggiunti. Ho piuttosto ricevuto consigli e incoraggiamenti ad andare avanti.

V: Gli atleti kenyani non si pongono alcun limite nell’affrontare la fatica dell’allenamento. Vedere questo in prima persona è un grande aiuto per uscire dalla mentalità di chi si aspetta di raggiungere risultati senza sforzo.

allenarsi in Kenya

Margherita con la “collega” Margaret Kipkemboi alla BOclassic 2017

Quali sono i tuoi sogni per il futuro?

M: La vita di un’atleta è fatta di tanti piccoli e grandi sogni nel cassetto. Uno dei miei era di partecipare alle Olimpiadi. Sono riuscita a realizzarlo nel 2016 ma è stato così emozionante che vorrei ripeterlo a Tokyo, magari arrivando in finale. Mi piacerebbe anche vincere una medaglia ad un Campionato Europeo.

Y: Sono un po’ scaramantico e per questo di solito non mi espongo. Ma quest’anno sento che potrei fare il salto di qualità. Vorrei rendere felice la mia famiglia, che mi da la forza per lottare, e lasciare un segno: potermi guardare indietro un giorno senza rimpiangere nulla, nello sport come nella vita. Un giorno mi piacerebbe poter insegnare qualcosa a un ragazzino che mi guarda pensando “vorrei diventare anch’io come lui”. Proprio com’è capitato a me tanti anni fa.

A: Ci tengo molto a migliorarmi, ed è il motivo per cui sono andato a Iten. Vorrei usare lo sport per conoscere il mondo e renderlo, se possibile, un posto migliore. Ho scelto di studiare cooperazione internazionale perché vorrei dare un contributo in prima persona. Sviluppo economico ma soprattutto cultura e benessere delle persone. Mi piacerebbe infine contribuire a far tornare la mia Camerino com’era nei suoi giorni migliori, prima che venisse devastata dal terremoto.

V: Come tecnico vorrei riuscire a valorizzare ogni atleta cercando di far emergere il suo potenziale. Questo significa cercare di ottenere il massimo da ognuno, allenando sia ragazzi con un enorme talento sia altri meno dotati ma altrettanto motivati.

allenarsi in Kenya

Yassin a Iten

In bocca al lupo agli atleti e grazie alla loro manager Chiara Davini per la conversazione che ha ispirato questo post.

Se ti interessa sviluppare progetti personali (professionali, imprenditoriali, culturali) che riguardano il continente africano entra in Vadoinafrica: Networking Group