startup africane

Si sente più spesso affermare che il futuro del mondo si gioca in Africa. Ma quando si parla di “Africa rising” e “Startup africane” resta la fastidiosa tendenza a semplificare, in senso pessimista o ottimista, una realtà oltremodo nebulosa.

Per uscire da questa impasse ospito oggi un contributo dell’amico Dario Giuliani, attento osservatore dell’innovazione tecnologica in Africa e Asia.

Dopo gli studi alla SOAS, Dario ha collaborato con CDC Group (l’istituzione di sviluppo finanziario inglese) e GSMA (associazione degli operatori mobile globali) girando in pochi anni una gran quantità di paesi emergenti (dove si è anche messo alla prova come fotografo).

Prima di iniziare, ti invito a entrare in VADOINAFRICA: NETWORKING GROUP, la community di questo blog di cui Dario è apprezzato moderatore.

startup africane

L’entusiasmo che orbita oggi intorno all’idea di ‘Africa’ comincia, almeno in ambito anglosassone, a perdere il gusto della novità che aveva qualche anno fa.

Partendo da alcune ricerche uscite negli ultimi mesi, mi piacerebbe fornire qualche spunto per comprendere meglio gli ecosistemi tecnologici del continente.

La carica dei “Tech Hubs” africani

GSMA ha riproposto pochi giorni fa la mappatura delle cosiddette ‘Tech Hubs’ africane, ovvero gli enti e le iniziative a supporto delle nuove iniziative imprenditoriali.

Per capirci, lo studio elenca tutti gli spazi di coworking, gli incubatori e acceleratori di startup e i cosiddetti makerspace e hackerspace (laboratori per hardware e software).

Secondo GSMA, in Africa ci sono oggi ben 442 tech hub.

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Si tratterebbe di un incremento di quasi il 50% nel numero di enti dedicati rispetto alla scorsa rilevazione (2016).

Sud Africa, Nigeria, Kenya ed Egitto svolgono il ruolo di teste di ponte continentali e spicca l’emersione di ecosistemi secondari tra cui l’Africa francofona, guidata dalla Costa d’Avorio, e il dinamismo in atto in Nordafrica dove Marocco e Tunisia si distinguono per l’incremento della produzione di energia rinnovabile.

La ricerca sottolinea il crescente interesse per il mondo dell’imprenditoria tecnologica da parte dei giganti tech globali come Google, Facebook, Microsoft e Alibaba e mette in luce la tendenza alla specializzazione (settoriale o di fase di sviluppo) degli spazi a supporto degli imprenditori africani.

Ad oggi, tuttavia, non esistono studi o database in grado di quantificare l’impatto di queste iniziative sul reale successo nel tempo delle aziende ‘incubate’.

Alcuni osservatori (per il momento soprattutto in India) mettono piuttosto in luce che i servizi offerti da questi spazi non sempre rispecchiano la qualità e le caratteristiche più utili per i nuovi imprenditori.

Capitali di rischio? Ancora scarsi

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Partech Ventures è un fondo di investimento statunitense che pubblica ogni anno un report sulla situazione dei finanziamenti per startup tecnologiche in Africa. L’ultima versione rileva nel 2017 un incremento netto del 50% per una cifra intorno al mezzo miliardo di dollari investiti, concentrati nella “triade aurea” Sudafrica, Kenya e Nigeria.

Il magazine Disrupt Africa, nel suo Tech Startup Funding Report 2017 parla invece di una cifra nettamente inferiore: 195 milioni di dollari. La spiegazione? Da cercarsi nella metodologia utilizzata da Partech che include le ICO (crowdfunding con emissione di criptovalute) e le startup lanciate da founder stranieri.

Ad ogni modo, paragonando questi valori ai 155 miliardi di dollari di Venture Capital a livello globale  si può comprendere come stiamo parlando di cifre ancora assai esigue.

Nella sola Singapore (5 milioni di abitanti) sono circolati lo scorso anno 1,2 miliardi di dollari dedicati alle startup. In tutta la Nigeria (190 milioni di persone) gli stessi fondi superavano a fatica 100 milioni di dollari!

Le sfide aperte: infrastrutture e capitale umano

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La scarsità di capitali non riguarda solo il mondo delle startup. Un recente report di Dalberg ha calcolato che, per raggiungere i Sustainable Development Goals, occorre trovare ben $3.2 bilioni (milioni di milioni) ogni anno fino al 2030.

Confrontando i budget necessari ad alimentare le economie del continente (programmi governativi, infrastrutture, accesso al credito, ecc.) con le cifre dell’embrionale mondo dell’innovazione quest’ultimo pare così una nicchia quasi irrisoria.

Alla fine c’è un certo chiasso attorno al concetto di “innovazione africana” che finisce per nascondere le sfide cruciali legate alla formazione del capitale umano, snodo cruciale per una crescita inclusiva e sostenibile.

Il tasso di scolarizzazione africano resta ancora troppo limitato (in Nigeria, fino a pochi anni fa, si parlava di meno del 10% di tasso di educazione terziaria) e i flussi di studenti e laureati diretti verso Asia, USA ed Europa depauparano il continente delle sue menti più brillanti.

Dunque, sì, innovazione, tecnologia, aumento di capitali e abbondanza di giovani sembrano costituire un’equazione promettente (il cosiddetto “dividendo demografico“), ma occorre mettere tutto in prospettiva e non farsi prendere da superficiali ottimismi.

6 delle 10 economie a più forte crescita del 2018 sono in Africa Subsahariana ma le nuvole all’orizzonte sono tante a partire dalla crescita del debito pubblico e dalle ancora troppo ridotte basi imponibili degli Stati africani, dove le economie sono ancora dominate dal settore informale.

Ottimismo quindi, ma con giudizio.

E sopratutto facendo sempre riferimento ai dati.

Le opinioni espresse in questo post sono interamente responsabilità dell’autore e non rappresentano in alcun modo le organizzazioni con cui lavora o ha lavorato.