investire in africa

Il Sahel è la lunga fascia che attraversa l’Africa dal Senegal (Ovest) all’Etiopia (Est). Una zona affascinante, ricca di storia e cultura ma anche di enormi sfide legate ai cambiamenti climatici e alla crescente insicurezza.

Leonardo Francesco Paoluzzi, classe 1983, ha lasciato Terni per Bamako, capitale del Mali, dove otto anni fa ha aperto un tour operator specializzato in viaggi sostenibili e responsabili: Kanaga Adventure Tours.

Prima di iniziare, ti invito a entrare in VADOINAFRICA: NETWORKING GROUP: la prima community italiana a supporto del tuo progetto personale in Africa.

Benvenuto Leonardo, raccontaci qualcosa del tuo background

Ho studiato Scienze della Comunicazione a Perugia con l’intenzione di fare il giornalista. Presto mi sono accorto che mi interessava di più il mondo dell’impresa. Non ho mai frequentato molto le lezioni, preferendo accumulare tanta esperienza sul campo: dal catering alla comunicazione per piccole aziende, lavorando anche in un centro di formazione.

Ho poi seguito un master in Marketing mentre lavoravo in un’azienda di cosmesi e medicina naturale. Sono infine approdato in Ericsson, occupandomi di Business Development.

Un’ottima palestra, anche se l’ambiente era molto competitivo. Era l’inizio della crisi e noi giovani non eravamo visti di buon occhio. Alla scadenza del contratto non venni rinnovato.

In quell’occasione decisi di prendermi un periodo sabbatico in viaggio: Yemen, Islanda e infine Mali.

Come hai scelto di fermarti a Bamako?

Questo era un paese che mi aveva sempre affascinato. A cavallo tra il mondo arabo-berbero e quello “nero”, il Mali è stato la culla del più grande impero africano e di una civiltà dalle incredibili (e poco note) virtù umanistiche. Un esempio di coesistenza etnica e religiosa che non può lasciare indifferente chiunque si avvicini alla sua complessità.

Proprio per questo mi misi a cercare un lavoro nella cooperazione internazionale. L’illusione di aver trovato la mia nuova dimensione durò pochi mesi. Troppe volte, oltre all’assurdità della gestione “a progetto”, questo settore nasconde interessi più grandi e assai meno nobili.

E anche quando non c’è “cattiva fede”, penso sia totalmente sbagliato il preconcetto diffuso di un “loro” bisognosi rispetto a “noi” buoni samaritani. Quasi inconsciamente, questa impostazione non fa altro che rafforzare gli stereotipi e i pregiudizi postcoloniali da entrambe le parti.

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Qual è stata la “scintilla” per decidere di lasciare e aprire la tua impresa?

In quei primi mesi di Mali ho scoperto una realtà ben diversa dall’immagine di povertà e degrado dei mass-media occidentali. Qui le persone sono cordiali, vivono del loro lavoro, di cose semplici, ma non muoiono di fame.

Quando ti accorgi di questo, puoi iniziare a guardare la realtà in modo diverso. Arrivare a condividere gioie e dolori autentici con “l’altro”, accorgendoti che alla fine non è che il nostro gemello separato alla nascita. A quel punto pensare di rientrare nell’ingranaggio della “ruota del criceto” capitalista non è più un’opzione praticabile.

Durante una brutta malaria decisi di lasciare il lavoro per mettermi in proprio aprendo un tour operator specializzato nel far conoscere la bellezza del Mali e del Sahel.

Perchè proprio nel settore turistico?

Credo possa essere una via seria per questo paese. Quando significa far conoscere persone, culture e luoghi unici e non puro consumismo mordi-e-fuggi, il turismo è intrinsecamente positivo, dal punto di vista economico come da quello di scambio culturale.

Quante persone giovano dell’apporto concreto di un singolo viaggio? Penso alle guide, autisti, albergatori, ristoratori, ma anche a tutti i produttori locali, i camerieri, gli artigiani, i cammellieri che mantengono in questo modo le proprie famiglie. L’elenco sarebbe molto lungo.

Dove la cooperazione si alimenta troppo spesso dalle sciagure di un popolo, il turismo ne esalta invece il valore, la diversità, la ricchezza.

Il viaggio è infine lo strumento principe per la scoperta e la comprensione dell’altro, e la conoscenza è il fondamento dell’accettazione delle diversità.

Quante risorse hai dovuto investire per portare l’attività a regime?

Avviare un’impresa in molti paesi africani, se dal punto di vista burocratico o dei fondi necessari può sembrare più agevole rispetto all’Italia, comporta una dose di sacrificio e dedizione inaudita.

Servono anni di fatica e grande umiltà per conoscere i territori e le persone, instaurare rapporti di mutua fiducia, creare un “prodotto” vendibile sul mercato europeo con cui farsi apprezzare.

La qualità e la coerenza del proprio lavoro sono alla base di tutto.

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Quanti collaboratori ha Kanaga Adventure Tours?

Inizialmente puntavamo su un ufficio con sette dipendenti coprendo da Bamako i paesi limitrofi. Oggi abbiamo una struttura più snella, virtuale e decentralizzata, proponendo viaggi in ben diciassette paesi grazie a una rete di circa quaranta collaboratori.

Cosa pensi del generico “sconsigliato viaggiare” con cui si liquida spesso il Sahel?

A mio giudizio l’allarmismo diffuso dalla Farnesina sul tema crea un effetto boomerang per cui alla fine i viaggiatori non considerano realistici gli “alert” emanati. Preferiamo seguire il Ministero degli Esteri francese, fonte sicuramente più autorevole e informata di quello italiano.

La sicurezza è la questione centrale nei nostri viaggi, soprattutto dopo la caduta di Gheddafi che ha destabilizzato il Sahel tanto quanto il Mediterraneo. Ormai il rischio zero non esiste più in nessuna parte del mondo, come confermano anche i tristi avvenimenti europei.

Se possiamo dire che l’incolumità dei viaggiatori e del nostro staff è la priorità numero uno è solo perchè stiamo sul terreno ogni giorno, con una rete di informatori fidati. Seguiamo ogni giorno l’attualità fuori dai mass-media, minuto per minuto, tramite contatti personali consolidati negli anni.

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Un consiglio a chi vuole avviare un’attività in Africa?

Amarla, in primis. Essere aperto a nuove possibilità, accantonare le logiche occidentali e presentarsi al suo cospetto con umiltà e voglia di imparare. Metterci impegno e sacrificio. Sapendo che “a distanza” è difficile, se non impossibile, gestire un’impresa in questi contesti.

Bisogna sempre essere presenti sul terreno, e pronti “a sporcarsi le mani”. Se si è preparati a queste fatiche l’Africa è il futuro, e non lo dico solo io.

In generale quali sono le opportunità più interessanti e in quali paesi?

Direi infrastrutture (costruzioni, indotto dell’edilizia) e agroalimentare (trasformazione, aggiungendo valore in loco) ma anche tutto il mondo dei servizi che è in piena evoluzione un po’ ovunque.

Soluzioni tecnologiche per i trasporti, le telecomunicazioni, il trasferimento di denaro, l’e-commerce sono da esplorare con grande attenzione.

Sono tanti i paesi su un trend positivo. Su tutti Senegal e Ghana, per limitarci all’Africa Occidentale.

Come (e dove) ti vedi tra dieci anni?

A Bamako (e su e giù tra Sahara e Sahel). Da qualche mese mia moglie Aminata mi ha reso papà. Dove altro potrei voler andare?

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